Ottimizzare? Si ma non troppo: ecco come evitare penalità da sovraottimizzazione
Nel mondo web la visibilità è tutto. Soprattutto in determinati settori commerciali, è determinante trovarsi nelle prime posizioni tra i risultati dei motori di ricerca e per fare ciò è necessario che un sito venga realizzato secondo particolari criteri. Ottimizzare una pagina web affinché appaia fra i primi risulatti di Google va bene, almeno finché gli interventi non superano una certa soglia che determina l'assegnazione di penalità da sovraottimizzazione, producendo così l'esatto contrario dell'effetto desiderato.
Quando si parla di posizionamento nei motori di ricerca, lo abbiamo già detto altre volte in precedenti approfondimenti, si entra in un campo in costante e rapida evoluzione: quello che va bene oggi può non bastare domani o addirittura rischiare di rivelarsi decisamente dannoso.
Innanzitutto è bene ricordare che l'ottimizzazione SEO non va "criminalizzata" e che nemmeno la sovraottimizzazione può essere equiparata allo Spam o alla Keyword Stuffing (ossia la ripetizione continuata della parola chiave): una pagina sovraottimizzata è comunque una pagina lecita nella quale però il tentativo di creare una struttura in grado di rivelarsi per così dire "search engine friendly" si è tradotto in un eccesso di interventi nelle variabili di pagina.
Google insomma non punisce l'ottimizzazione ma l'abuso, attraverso filtri che riconoscono quando una pagina è stata creata e costruita appositamente per i motori di ricerca.
Fino a qualche anno fa si pensava infatti che una pagina fosse da ritenersi ottimizzata quando soddisfaceva determinati requisiti, in particolare la presenza della keyword da "spingere" nel nome del file, nel title, negli h1 e h2, nelle description, nei meta tag keywords, nei contenuti (spesso evidenziata con "bold" o "strong").
Oggi invece l'eccessiva presenza di una parola chiave negli head e nei body, invece di favorire un incremento di rilevanza da parte dei motori di ricerca sembra provocare anzi l'assegnazione di penalità dette OOP (da Over Optimization Penalty) i cui effetti pratici si manifestano in una "caduta", più o meno significativa, dalle prime posizioni nelle pagine dei risultati della ricerca (SERP).
Anche la presenza di uno schema ripetitivo nella realizzazione e ottimizzazione delle pagine, oltre che nelle tecniche per favorirne indicizzazione e posizionamento, può causare il rischio di penalità da parte dei motori di ricerca.
L'assegnazione di rilevanza avviene secondo altri parametri : originalità e rilevanza dei contenuti (testi di qualità con presenza di sinonimi e così via), page rank elevato (grazie alla presenza di link buoni da siti considerati "trust") e in definitiva l'orientamento all'utente.
Del resto Google ha sempre manifestato l'intenzione di voler orientare lo sviluppo dei suoi algoritmi di ricerca nella direzione di una maggior rilevanza data al valore della pagina per l'utente e alla qualità dei contenuti stessi piuttosto che alla struttura con cui questi vengono presentati nelle pagine web. Le abilità semantiche del motore di Mountain View insomma sono sempre maggiori e agli specialisti SEO, come sempre, non rimane che adeguarsi.
In conclusione, la convergenza fra esigenze di Search Engine Optimization e rilevanza dei contenuti si può realizzare in diversi modi: in ogni caso comunque è bene che l'orientamento al lettore sia (e non solamente sembri) il più naturale possibile, dato che presumibilmente gli espedienti improvvisati avranno vita breve contro gli spider di Google e la loro evoluzione verso il web semantico.
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